TRAMA

Nel cuore del Cinquecento veneziano, in una città che è al tempo stesso crocevia del commercio marittimo e laboratorio dello spirito rinascimentale, si staglia la figura di Giovanni Battista Ramusio: funzionario della Serenissima Repubblica, ma anche erudito, linguista, instancabile collezionista di diari di viaggio, resoconti diplomatici e mappe che delineano la fisionomia di un mondo in espansione.

Intorno a lui prende forma una vicenda che potremmo leggere come la genesi di una mentalità geografica moderna: non soltanto la raccolta di rotte, terre e popoli lontani, ma la costruzione di una visione globale – nel senso più radicale del termine.

Tutto comincia nel 1550, con la pubblicazione anonima del primo volume della trilogia che Ramusio intitola Navigationi et Viaggi: un’opera monumentale, scritta in lingua italiana per precisa scelta dell’autore, convinto che solo così sarebbe stata accessibile a un pubblico più vasto. L’opera raccoglie carte, diari, resoconti di viaggiatori e diplomatici che Ramusio ha personalmente cercato, tradotto e curato, e che decide di affidare alla tipografia di Tommaso Giunti, nome di spicco dell’editoria veneziana.

La pubblicazione di Navigationi et Viaggi non fu soltanto un gesto editoriale: fu un atto politico, culturale, persino spionistico. Dietro la diffusione delle conoscenze geografiche e cartografiche si celavano infatti interessi mercantili, strategie di potere, rivalità tra Stati e la competizione per il prestigio intellettuale.

Nel 1556 e nel 1559 uscirono gli altri due tomi, per un totale di oltre due milioni di parole: un corpus immenso e ineguagliato, che apre una finestra dietro le quinte della Repubblica, nei palazzi dove si trattano carte geografiche, contratti di viaggio e informazioni riservate sul commercio delle spezie o sulla corsa alle nuove rotte oceaniche.

In questo scenario, Ramusio emerge come un mediatore tra mondi: tra l’aristocrazia veneziana, gelosa custode dei segreti commerciali; gli esploratori portoghesi e spagnoli, di ritorno con mappe incerte e racconti di terre sconosciute; e gli umanisti del Rinascimento, che nella geografia non vedono soltanto un sapere utile, ma una forma di conoscenza capace di restituire all’uomo la sua posizione al centro del mondo che si dischiude.

 

RECENSIONE

Nel saggio L’atlante di Ramusio – Vita di un geografo veneziano di Andrea di Robilant, la figura di Giovanni Battista Ramusio si colloca nel cuore pulsante del Cinquecento veneziano, in un tempo in cui la geografia non è ancora una scienza, ma una trama viva di viaggi, racconti, potere e visioni.

La narrazione si articola in tre fili che si intrecciano con naturalezza.
Il primo è quello del lavoro di raccolta: Ramusio viaggia poco, ma tesse una fitta rete di informatori – esploratori, traduttori, diplomatici – che gli forniscono memorie, carte, resoconti. Ogni frammento geografico richiede una fatica editoriale e comporta una scelta politica: decidere quale carta pubblicare, quale mantenere segreta, quale voce far emergere.

La conoscenza diventa così anche un atto di potere e di responsabilità culturale.
Il secondo filo riguarda la trasformazione del sapere. Il viaggio si fa duplice: esterno e interiore. Il mondo non è più un mosaico di relazioni isolate, ma un sistema unificato, un orizzonte da rappresentare e misurare. Radicato nella cultura veneziana, Ramusio anticipa una mentalità moderna: la convinzione che la Terra sia conoscibile, che le storie lontane appartengano al patrimonio comune, che il viaggio sia al tempo stesso conquista e testimonianza.
Il terzo filo rivela le tensioni morali dell’età delle scoperte: la competizione tra repubbliche e imperi, lo sfruttamento dei popoli, l’ombra del commercio degli schiavi. Di Robilant mostra come la geografia nasca anche come geografia del potere, strumento di dominio e rappresentazione.
Seguendo Ramusio, il lettore lascia Venezia per i mari della Libia, dell’Etiopia, dell’India e del Nuovo Mondo, sempre però con uno sguardo “veneziano”: le carte, i libri e le stampe passano dalle mani dell’editore ai tipografi, disegnando una mappa mentale in divenire, dove le rotte si moltiplicano e gli sguardi si spostano dal centro verso l’altrove. Ramusio appare come una figura liminare: funzionario dello Stato ma anche umanista e curioso collezionista di voci escluse.
Ne emerge il ritratto di un mediatore culturale, capace di intrecciare saperi e linguaggi in un laboratorio di conoscenza che anticipa l’idea moderna di rete e interconnessione. Il libro alterna espansione e compressione: il mondo si allarga, ma le distanze si accorciano, e le terre lontane diventano più leggibili, più prossime. È una tensione che parla anche al nostro presente.
Infine, di Robilant ci invita a riflettere su un principio ancora attuale: conoscere significa scegliere. Ogni mappa, ogni raccolta di viaggi è insieme un atto di conoscenza e di potere. Disegnare il mondo, ci ricorda l’autore, significa anche scriverne la narrazione – e decidere, consapevolmente o no, chi ne farà parte.

https://www.mangialibri.com/latlante-di-ramusio-vita-di-un-geografo-veneziano

https://www.mangialibri.com/

 

 

Written by : Antonella De Cicco

Leave A Comment