TRAMA

In un reparto psichiatrico di New York viene ricoverato un uomo che si fa chiamare prot. Non ha documenti, dice di provenire da un lontano pianeta chiamato K-PAX e afferma di essere giunto sulla Terra viaggiando su un raggio di luce. Capelli folti e neri come il carbone, carnagione scura, indossa un paio di pantaloni di velluto blu, una camicia di jeans, scarpe di tela e porta sempre occhiali da sole.

Il dottor Gene Brewer, psichiatra del reparto, lo prende in carico pensando a un delirio identitario, ma prot dimostra conoscenze avanzate di astrofisica, fornisce coordinate precise del suo sistema stellare e mostra un comportamento calmo e ironico che affascina pazienti e personale. Con la sua visione pacifica e razionale, priva di emozioni forti, influenza positivamente gli altri internati, che iniziano a trovare speranza nelle sue parole. Brewer avvia sedute di ipnosi per esplorare la possibile origine traumatica della sua identità alternativa: emergono ricordi di Robert Porter, un uomo del New Mexico sopravvissuto a un evento tragico che potrebbe aver generato la dissociazione. Prot annuncia pubblicamente che tornerà su K-PAX in una data precisa e che porterà con sé un volontario del reparto. L’ospedale decide di aumentare la sorveglianza, ma al tempo stesso continua la terapia per tentare di “trattenerlo” sulla Terra. Alla data stabilita, prot scompare dalla stanza senza lasciare tracce; nello stesso momento uno dei pazienti risulta improvvisamente in stato di incoscienza prolungata, come se fosse stato “portato via”. Brewer resta indeciso: ha curato un uomo con un trauma o ha davvero incontrato un viaggiatore interstellare?

RECENSIONE

K-PAX, rientra in quella categoria di storie che non si limitano a intrattenere, ma si avvicinano lentamente, come qualcuno che ti fissa in silenzio per capire da che parte stai. Ogni pagina costringe a sbilanciarsi: ciò che parla è una mente in frantumi o un viaggiatore stellare? È follia o rivelazione? Fantascienza filosofica o dramma clinico? La scrittura alterna il registro del verbale medico alla favola morale, costruendo quasi tutto sul dialogo serrato tra il dottor Brewer e il suo paziente impossibile. Nessuna astronave, nessuna esplosione: la tensione qui si misura in silenzi, in battute mancanti, in piccoli scarti di logica. Prot parla come uno Zen mescolato a un comico da stand-up, e la sua voce è talmente coerente che il lettore, proprio come lo psichiatra, finisce per dubitare del proprio scetticismo.

È un romanzo estremamente coinvolgente dal punto di vista narrativo, nonostante gran parte della vicenda si svolga durante sedute psichiatriche. Pur sembrando lontano dall’azione, in realtà anche nei momenti di apparente immobilità accade tutto: ogni parola, ogni gesto ha peso e significato. L’opera gioca costantemente sull’ambiguità, e gran parte del suo fascino nasce dal conflitto di convinzioni tra i due personaggi principali, soprattutto Prot, che talvolta appare quasi superiore nel non cogliere alcune domande dello psichiatra, per lui del tutto naturali. Due visioni del mondo così diverse da sembrare provenire da contesti completamente differenti, quasi da due universi distinti, che si incontrano nella pagina.

Il romanzo affronta temi profondi, come un sentimento anti-antropocentrico, e sfrutta in maniera magistrale elementi fantascientifici non per allontanarsi dall’umano, ma per parlare, alla fine, di ciò che è più intimo e interiore. La narrazione scorre con un ritmo costante, mantenendo sempre alta l’attenzione: anche quando sembra di trovarsi di fronte all’inspiegabile, le soluzioni emergono con una semplicità sorprendente. Il finale, in particolare, colpisce con una sottile ironia e una commozione discreta, capace di emozionare profondamente.

Chi ama Starman o L’uomo che cadde sulla Terra ritroverà lo stesso fascino dell’estraneo venuto da lontano che mette a nudo le miserie dell’umanità senza condannarla. Ogni pagina sembra chiedere: davvero abbiamo bisogno di polizia, religioni, scuole, punizioni? Come cambierebbe tutto se uno sconosciuto, invece di gridarlo, lo dimostrasse soltanto stando seduto in mensa?

Il romanzo resta in equilibrio tra spiegazione e mistero fino alla fine, dove l’ambiguità non viene sciolta del tutto – e proprio per questo commuove. Non tanto perché offre una risposta, ma perché suggerisce che certe domande valgono più delle diagnosi. Prot, alla fine, potrebbe essere davvero un alieno. Oppure la parte migliore di noi che abbiamo lasciato indietro.

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Written by : Antonella De Cicco

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